Nella collana DieciXuno di Mucchi dedicata alla traduzione poetica, di cui ho già parlato in questa sede, è uscito stavolta un volumetto dedicato non a uno ma a due poeti: l'ucraino Vasyl' Stus insieme a Marina Cvetaeva. Due poesie, prima tradotte da Annelisa Alleva, poi variamente riscritte da Fabrizio Bajec, Massimo Bocchiola, Paolo Febbraro, Roberto Deidier, Rosaria Lo Russo, Paola Loreto, Valerio Magrelli, Annalisa Manstretta ed Edoardo Zuccato

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da rina (Battello stampatore, 2021) Il volume è a cura di Beatrice Achille e Carlo Selan per ZufZone. Tutte le poesie sono tratte da L’estro, (Cesati, 1987) tranne Il sogno di Donna Titina, tratto da Comedia (Bompiani, 1998).

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Quasi tutte le poesie della piccola raccolta dedicata a Rina, in memoria dei miei nonni, quello materno, toscano, quella paterna, calabrese, sono le poesie di me da piccina. Di me piccola. Un antefatto. Di me lirica, del mio anelito ancora a rincuorarsi con la poesia, a cercare attraverso la poesia una pacificazione con la morte, che però, già ne Il sogno di Donna Titina, viene a perdersi nel tumulto del teatro e della prosa. E così, la piccola lirica consolatoria, con la sua abnorme innocenza, che qui si diceva, è poi diventata il sottofondo spettrale della mia poesia successiva, quasi invisibile, ma che continua, impercettibilmente, a emettere grida.

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"Unamedea" plaquette di Rosaria Lo Russo, vince il Premio Ciampi Valigie Rosse 2021. Il progetto editoriale di Valigie Rosse è nato nell’ambito del premio musicale intitolato al cantautore livornese Piero Ciampi. Il Premio Ciampi Valigie Rosse è diviso in due sezioni e prevede ogni anno la pubblicazione di due libri: una plaquette inedita di un poeta italiano ed una antologia o raccolta di un poeta straniero. Le due sezioni sono curate rispettivamente da Paolo Maccari e Valerio Nardoni.

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Il saggio di Rosaria Lo Russo indaga uno degli aspetti centrali della poetica di Pirandello: il mistero della creazione del personaggio dalla mente dell’autore. Appena acquisita concretezza come immagine, il personaggio rivendica la propria autonomia e chiede di vivere nella dimensione narrativa o drammaturgica. Ciò comporta, per il teatro, che l’attore, in particolare l’attrice nel ruolo di Primadonna, interprete prediletta dallo scrittore siciliano, si presti a reduplicare lo stesso processo creativo avvenuto nella mente dell’autore. Questo mito della creazione, che sostituisce, svalutandola, la maternità naturale, è esemplarmente rappresentato nella vicenda di Silvia Roncella, protagonista del romanzo Suo marito (poi Giustino Roncella nato Boggiòlo), la quale accede alla piena maturità di scrittrice solo dopo la morte prematura del figlio che aveva partorito.

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In Taci, anzi parla, il diario che Carla Lonzi ha tenuto fra 1972 e 1977 e che ripercorre alcune delle principali tappe della sua esperienza in Rivolta femminile, l’autrice inserisce una breve frase che interroga chiunque si affacci agli studi sull’autorialità femminile nel Novecento, anche considerando i rapporti fecondi che alcune autrici stabiliscono con il movimento femminista. Dichiara infatti Lonzi:

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Il saggio di Rosaria Lo Russo indaga uno degli aspetti centrali della poetica di Pirandello: il mistero della creazione del personaggio dalla mente dell’autore. Appena acquisita concretezza come immagine, il personaggio rivendica la propria autonomia e chiede di vivere nella dimensione narrativa o drammaturgica. Ciò comporta, per il teatro, che l’attore, in particolare l’attrice nel ruolo di Primadonna, interprete prediletta dallo scrittore siciliano, si presti a reduplicare lo stesso processo creativo avvenuto nella mente dell’autore. Questo mito della creazione, che sostituisce, svalutandola, la maternità naturale, è esemplarmente rappresentato nella vicenda di Silvia Roncella, protagonista del romanzo Suo marito (poi Giustino Roncella nato Boggiòlo), la quale accede alla piena maturità di scrittrice solo dopo la morte prematura del figlio che aveva partorito.

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Anne Sexton (1928-1974) è da tempo entrata in una sorta di olimpo della scrittura femminil-femminista che ha quasi immadonnato la ristretta cerchia di tali autrici. Che mi sembrano il péndant, nell’inversione di genere, dei ‘poètes maudits’ ottocenteschi, con cui hanno in comune una bruciante e spesso autodistruttiva identificazione di arte e vita, in cui la scrittura appare il fedele sismografo del loro sradicamento ed esistenziale ‘squartamento’, secondo direbbe E. M. Cioran.

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Mentre su Ulisse, da Omero a Joyce e oltre, tutto (e persino più del necessario) sembra sia stato già detto e ridetto, su Penelope resta forse da scrivere, se non altro perché manca ancora una storia della sua secolare fortuna. Per la prima volta una Penelope che prende le distanze dal patriarcato, disubbidendo al padre, è tratteggiata da Ovidio nelle Epistolae Heroidum (I, 83-84). Ancor più lontano dal patriarcato è il romanzo Penelope (1988) di Silvana La Spina, dove Odisseo e Icario sono messi sullo stesso piano dalla protagonista che, scegliendo Cleonte, prende le distanze da entrambi.

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Questo libro schiude un cassetto magico delle idee, tensioni e passioni di una lettrice d’eccezione. In Figlia di solo padre la voce di Rosaria Lo Russo illumina i passaggi di un percorso personale mai chiuso al confronto collettivo, e si affianca alle vocalità di altre scrittrici che, nel tempo, hanno sfidato l’orizzonte discorsivo del patriarcato autoriale. È un tema mai concluso, quello dell’autorialità femminile. In questi scritti, così amorevolmente composti, Lo Russo esegue una generosa regia interpretativa, stendendo un bandolo di visioni e affinità testuali.

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