(Marco Palladini, Poesia americana: Anne Sexton o “le parole continueranno” in “L’AGE D’OR”, 9 novembre 2021)

“Anne Sexton (1928-1974) è da tempo entrata in una sorta di olimpo della scrittura femminil-femminista che ha quasi immadonnato la ristretta cerchia di tali autrici. Che mi sembrano il péndant, nell’inversione di genere, dei ‘poètes maudits’ ottocenteschi, con cui hanno in comune una bruciante e spesso autodistruttiva identificazione di arte e vita, in cui la scrittura appare il fedele sismografo del loro sradicamento ed esistenziale ‘squartamento’, secondo direbbe E. M. Cioran.

Non di rado esse finiscono infatti suicide (vedi la medesima Sexton, Sylvia Plath, Amelia Rosselli), oppure si autorecludono a vita in una virginale stanza-tomba (Emily Dickinson), o ancora vengono tradotte per decenni in manicomio e sottoposte ad elettroshock (Alda Merini) con l’intento di piegare e piagare il loro dis-sentire, ossia il loro diverso ‘sentiressere’.  

Capita poi, però, di leggere una studiosa importante ed erudita come Viola Papetti che descrive la Sexton secondo una “ricca casalinga, bella, intelligentissima, con modesta cultura” e la definisce una poetessa “naïf”, evidentemente per ridimensionare l’entusiasmo di tante consorelle per i suoi testi.

Anche ammettendo la ‘naiveté’ dell’autrice americana nata a Newton, nel Massachussets, questo non indebolisce, a mio modesto avviso, la forza acuminata dei suoi versi, il vivido impatto del suo linguaggio tra visionario e grottesco, con punte talora di bizzarria.

Di ciò è sicuramente convinta Rosaria Lo Russo, una delle migliori poetesse italiane della generazione di mezzo, che da anni si dedica con passione e ottimi risultati a tradurre i libri di Sexton (penso a Poesie d’amore, 1996 e Poesie su Dio, 2003). Tale passione ritengo sia insorta certamente per varie consonanze endoletterarie, ma anche perché la Lo Russo è una eccellente performer o ‘poetrice’ come ama dire di sé, così come la Sexton nei suoi reading poetici metteva in mostra una presenza scenica e un fascino vocale che ammaliavano il pubblico dei suoi ammiratori. Trattasi, per gli scritti di ambedue le autrici, di poesia da dire assolutamente ‘ad alta voce’ e mi piace immaginare che Rosaria possa, prima o poi, performare la Sexton.

In ogni caso, l’ultimo volume di Sexton tradotto da Lo Russo con testo a fronte è Il libro della follia (La nave di Teseo, 2021, pp. 212, € 18,00), che recupera opportunamente la versione originale del 1972 che conteneva tre prose narrative, successivamente eliminate. E invece proprio queste Three Stories forniscono un quadro paradigmatico della ‘follia’ creativa di Sexton, sui suoi moti di introspezione dolorosa che si estroflettono in una scrittura deviante, mai normalizzata. In Ballare la giga il disagio del ballo si muta in noia e poi paura “della festa, della gente, di me stessa” sino a cercare una proiezione di perfezione nella immobilità, nella insignificante fissità di una sedia, mentre la mente si riempie dei conflitti infantili con la madre e le sorelle a tavola, oppure agogna la compagnia gentile di Nana, la zia zitella, mentre il padre appare una presenza-assenza, con lo sguardo tanto corrusco quanto impotente. Così, la mera astanza di una banale sedia appare la sola via di salvezza davanti all’angoscia del divenire-esserci. Il balletto del Buffone sotto le apparenze di una crudele fabula tematizza la potente, ontologica misoginia di un branco di mariti-buffoni che desiderano solamente assassinare le loro mogli. Qui poi il radicale conflitto di genere si complica, col Buffone princeps che si traveste da donna, e quindi si fa sostituire nel talamo da una capretta che naturalmente viene uccisa, cui succedono altre eccentriche peripezie. La morale sinistra della fiaba è, comunque, che “non c’è posto per la pietà. Ogni uomo ammazza sua moglie. È una questione storica”. Altra fabula stravagante è Cala le ciocche in cui Sexton con ironia premette: “… sono un’eremita. Sono esitante come Emily Dickinson. Sono tutta vestita di bianco come una novizia. Un’eremita, sì. Eppure ogni giorno attraggo folle”. Il racconto procede a scatti e brevi paragrafi incentrato sulla lunghezza spropositata dei capelli dell’ego narrante che lava e spazzola la sua ‘mostruosa’ capigliatura che viene fatta calare dalla finestra per cinque piani sino a terra. Scambiandosi lettere con l’amica Ruth viene fuori la verità: “ho anche scoperto cosa vogliono dire i tuoi capelli. Sono un’allegoria della vita della poetessa”. Ecco, allora, che il rifiuto di tagliarsi i capelli appare allegoricamente come il rifiuto di acconciarsi al “way of life” della doviziosa middle-class americana a cui apparteneva Sexton, la sua rivolta psico-personale al canone borghese attraverso la poesia e, insieme, attraverso il corpo.”

“Anne Sexton è da tempo entrata in una sorta di olimpo della scrittura femminil-femminista che ha quasi immadonnato la ristretta cerchia di tali autrici.”

Marco Palladini





“Il Libro della follia” su L’AGE D’OR- Marco Palladini