“Scrivere di sé “per liberarsi”, giungere a identificare la scrittura come un momento di autocoscienza e auto-affermazione sono in realtà due delle direttrici fondamentali della scrittura di Plath e Sexton”

Jessy Simonini





(Jessy Simonini, “Trafficare con le parole mi tiene sveglia”: Lo Russo-Sexton, in “La Balena Bianca”, 30 novembre 2021)

“In Taci, anzi parla, il diario che Carla Lonzi ha tenuto fra 1972 e 1977 e che ripercorre alcune delle principali tappe della sua esperienza in Rivolta femminile, l’autrice inserisce una breve frase che interroga chiunque si affacci agli studi sull’autorialità femminile nel Novecento, anche considerando i rapporti fecondi che alcune autrici stabiliscono con il movimento femminista. Dichiara infatti Lonzi:

Mi ha fatto comprare un libro, di Sylvia Plath, una poetessa suicida, La campana di vetro. L’ho appena scorso e ho pensato che non sarebbe morta se, invece di fare la scrittrice, avesse semplicemente scritto di sé per liberarsi (p. 187).

Scrivere di sé “per liberarsi”, giungere a identificare la scrittura come un momento di autocoscienza e auto-affermazione sono in realtà due delle direttrici fondamentali della scrittura di Plath e Sexton e delle loro rispettive poetiche, che pure giungono a esiti diversi – e talora opposti – fra loro.

Escludendo la prova narrativa di Plath, The Bell Jar, ridimensionando l’interpretazione deformante proposta da Lonzi, le due poete sembrano invero annunciare ciò che si produrrà poi negli anni Settanta, quando l’autocoscienza entrerà nella scrittura, dando ancora più spazio, ad esempio, al racconto di esperienze omoaffettive, delle mestruazioni (si veda la celebre “Menstruation at forty”) o di maternità non normative o conflittuali. In Anne Sexton ciò appare ancora più nitidamente; e nondimeno diviene più problematico, stratificato, espressione di una poetica per sua natura sempre soggetta al dispendio e al mutamento.

Il primo gesto da compiere per avvicinarsi alla poesia di Sexton sembra allora essere la dismissione sistematica di tutte le categorie fossili o fossilizzate che a questa poeta sono state attribuite dalla critica.

Inizio dalle parole di Joanna Russ, che in How to suppress women’s writing si riferisce proprio a Sexton, come prototipo – da decostruire, aggiungiamo – di una persona, in questo caso la Crazy Lady, “moderna versione della Zitella Infelice” (p. 69) cucitale addosso dai suoi contemporanei.

Altro elemento da tenere a mente è il necessario offuscamento della definizione di confessional: stretta perché non permette di contenere l’immensità, umana e poetica, di Sexton; larghissima perché, oggi, sarebbe riferibile a un’ampia schiera di poeti e poete, molto più estesa dell’originario manipolo – oltre a Plath e Sexton, ovviamente, Lowell e Berryman. E poi, ancora: l’amica della Plath (e su questa obliqua, complicata sorellanza molto già si è scritto), la “femminista”, la paladina della libertà sessuale; oppure, più banalmente la suicida. Perché è molto difficile non leggere Sexton alla luce del suo gesto definitivo, preparato anche nei testi (ricordiamo gli affilatissimi versi che chiudono la sua poesia “Wanting to die”: leaving the page of the book carelessly open | something unsaid, the phone off the hook | and the love, whatever it was, an infection) e poi oggetto di romanticizzazioni e frequenti esaltazioni.”






 “I bombaroli”

Noi siamo l’America.

Siamo i riempitori di bare.

Siamo i bottegai della morte.

Noi li imballiamo come casse di cavolfiori.

La bomba si apre come una scatola da scarpe.

E il bambino?

Certamente il bambino non sbadiglia.

E la donna?

La donna fa il bagno al suo cuore.

Le è stato strappato

e siccome è bruciato

come atto estremo

lo risciacqua nel fiume.

Questo è il mercato della morte.

America,

dove sono le tue credenziali? 




“Il Libro della follia” su La Balena Bianca- Jessy Simonini