“Se le parole sono maschere, Anne Sexton le usa in modo scandaloso, blasfemo, antilirico, frantumando il paesaggio conciliante di una scrittura convenzionale.”

Marco Ercolani


(Marco Ercolani, Anne Sexton, il libro della follia, in “Doppiozero”, 3 Luglio 2021)

«Bella e dannata, sexy e infantile, sposata e sciupamaschi, indifesa ed esibizionista, plurisuicida con un incrollabile senso dell’umorismo, fragile ma carismatica, autodidatta e docente universitaria, atea e religiosa benestante, signora drogata di torazin e alcolizzata»: così in Love Poems (Le Lettere, 1996)Rosaria Lo Russo descrive Anne Sexton. La stessa Lo Russo cura oggi la prima traduzione integrale di The Book of Folly (Il libro della follia, La Nave di Teseo, 2021), pubblicato per la prima volta nel 1972. Il libro è diviso in tre parti: 1. “Trenta poesie”; 2. Tre racconti, “Ballare la giga”, “Il Balletto del Buffone”, “Cala le ciocche”e una sezione poetica finale“Carte di Gesù”.

La prima poesia, “L’uccello ambizioso”, recita così: «Eccola, arriva / – l’insonnia delle 3.15 – / all’orologio s’inceppa il motore // come se a una rana sulla meridiana / le prendesse un colpo apoplettico / proprio al quarto d’ora. // Trafficare con le parole mi tiene sveglia. / Bevo una cioccolata / calda mamma marrone» (LDF, p. 15). Se le parole sono maschere, Anne Sexton le usa in modo scandaloso, blasfemo, antilirico, frantumando il paesaggio conciliante di una scrittura convenzionale. Fragile, scorticata, indifesa, sprofondata nella nudità psichica di un dolore inimmaginabile. la “malata d’anima” Anne Sexton è anche attrice della rappresentazione allegorica della sua follia bipolare, dove vero e falso si impastano e si modellano insieme, fra autobiografia e immaginazione.

Anne Gray Harvey, ragazza di buona famiglia e ultima di tre sorelle, vive un’infanzia solitaria e non frequenta corsi di studio regolari. Si sente «chiusa a chiave nella casa sbagliata». I suoi genitori conducono una vita sociale da benestanti ma entrambi sono gravi alcolisti. Solo la giovane prozia Nana è un punto di riferimento per Anne, ma per poco tempo poiché soffre di gravi disturbi psichici. Personaggio centrale della sua vita, doppio identitario nella follia, viene evocata così nella magnifica “Anna che era matta”: «Sono stata io / a farti ammattire? / Sono stata io / a farti fischiare una sirena negli auricolari? / Sono stata io / ad aprire la porta allo psichiatra mustacchiuto / che ti ha trascinato fuori a viva forza come una golf car? / Sono stata io / a farti ammattire? / Dalla tua sepoltura, Anna, scrivimi! / Non sei altro che ceneri ma, purnondimeno, / impugna la Parker che ti regalai! E scrivimi. / Scrivi» (LDF, p. 77).


«Sono un’eremita. Sono esitante come Emily Dickinson. Sono tutta vestita di bianco, come una novizia. Un’eremita, sì. Eppure ogni giorno attraggo le folle»


La scrittura è per lei l’unica ragione di vita e il luogo dove permettersi di rinascere una seconda volta, senza madre né padre. Nel 1958 il poemetto “La doppia immagine” viene pubblicato e durante quei mesi, fondamentali per la costruzione della sua identità Anne incontra una giovane scrittrice il cui destino diventerà parallelo al suo: Sylvia Plath. Dopo la morte della Plath, Sexton ricorda così le ore trascorse insieme: «Spesso molto spesso, Sylvia e io riparlavamo dei nostri primi tentativi di suicidio: molto, in dettaglio e in profondità fra una patatina fritta e un’altra. Il suicidio, dopo tutto, è il contrario della poesia. Sylvia ed io la vedevamo spesso in maniera opposta, ma parlavamo della morte con ardente intensità, entrambe attratte da questa come le zanzare dalla luce elettrica». Nel racconto “Cala le ciocche” (LDF, p. 167) scrive, un po’ bugiarda e un po’ sincera, della sua vocazione ascetica e spettacolare: «A dire il vero, sono un’eremita. Sono esitante come Emily Dickinson. Sono tutta vestita di bianco, come una novizia. Un’eremita, sì. Eppure ogni giorno attraggo le folle».

In Il Libro della follia i tre racconti, “Ballare la giga”, “Il Balletto del Buffone” e “Cala le ciocche” sono impressionanti per la vividezza allucinata delle scene rappresentate, vicine a certe pagine di Clarice Lispector ma modulate su un timbro esaltato e furente, cariche di una tensione orientata verso il caos, la disgregazione, la “fiaba nera”. I versi e le prose di Anne non riflettono una dissociazione silenziosa, come nelle stupefatte evocazioni di Emily Dickinson, ma un furore contratto e schizoide, dove anima e corpo non sono più contenute in gusci spirituali o fisici ma sono pronte a essere scannate, arse sul rogo. Questa è la potenza di Anne Sexton, la sua psicosi “cruenta”, dove il corpo sanguina, cannibalizzato, distorto, sconsacrato, mutilato, in una estroversione feroce e teatrale del dolore, dove metafore beffarde innescano scene di allarme, di tragedia, di scandaloso sarcasmo. «Quando qualcuno bacia qualcun altro o tira lo sciacquone / il Doppio si acciambella e piange. / Il Doppio mi batte il tamburo di latta nel cuore. / Il Doppio stende i panni quando cerco di dormire. / Il Doppio piange e piange / quando indosso il vestito da sera. / Piange quando spelluzzico patatine. / Piange quando butto baci alla gente. / Piange e piange e piange / finché non mi metto una maschera dipinta / e sbircio la Passione di Gesù. / Allora ridacchia. / È uno schiacciapollici. / L’odio lo rende chiaroveggente» (LDF, p. 69). E, nella lunga poesia “Scarpette rosse”, ispirata alla fiaba di Andersen e forse al celebre film di Powell e Pressburger sulla follia di una danzatrice, Sexton racconta, come in una tragica ballata, la potenza dei piedi in corsa che trascinano con sé, verso la fine, in una grottesca metamorfosi, tutto il resto del corpo: «Tutte le ragazze / che portavano scarpette rosse / salirono su un treno che non si fermò. / […] Con loro si giocò. / A loro le orecchie / come spille da balia si strappò. / E caddero le braccia / diventarono cappelli, / E rotolarono le teste, / cantarono per strada […] Ma i piedi continuavano / i piedi non riuscivano a fermarsi […] / Non badavano a te e a me. / Non potevano ascoltare. / non potevano fermarsi. / Quel che fecero / fu la danza della morte. // Quel che fecero le finirà».





“Il Libro della follia” su Doppio zero- Marco Ercolani