
19 SETTEMBRE 2022|IN COSTELLAZIONI, FORME DEL CONFLITTO|BY LORENZO MARI
Recentemente ricordata per la pubblicazione di Rosso epistassi (2008), unico titolo non Einaudi della maturità di Ivano Ferrari (1948-2022) – qui un ricordo dell’autore mantovano scritto da Jonny Costantino –, la casa editrice Effigie pubblica poesia da molti anni, come attività che rimane forse in sordina ma dalla qualità certamente resistente. Annovera, infatti, titoli molto importanti per chi scrive, e non solo, sia di poesia italiana, come Lettere nere (2013) di Andrea Raos, sia di poesia straniera, come Le nature indivisibili di Claude Royet-Journod (2016, traduzione di Domenico Brancale, libro cui è intitolata la rivista online ideata e coordinata da Mauro Leone) o anche le Poesie di Christine Lavant, recentemente riedite dalla casa editrice Ibis, nella collana Finis Terrae, sempre per mano di Anna Ruchat. Il raccordo sembra opportuno per arrivare ai titoli più recenti di poesia italiana, in una rosa ristretta che, insieme a Massimo Rizzante, Andrea Gibellini, Paolo Cosci o Paola Turroni, annovera sin dall’esordio Rosaria Lo Russo. Dopo Lo dittatore amore. Melologhi (2004) e Nel nosocomio (2016), Lo Russo ha pubblicato con Effigie un terzo titolo, Anatema (2021), un testo che, a dodici mesi di distanza, sembra essere in molti casi passato in sordina – o almeno, non allo stesso livello di riconoscimento di recentissime pubblicazioni dell’autrice, come rina (Battello stampatore, 2021) e Unamedea (Premio Ciampi per la poesia 2021; Valigie Rosse, 2022) – ma che non per questo, come l’attività dell’intera casa editrice, perde in resistenza.
Del resto, è lanciato dal margine (più precisamente: «dall’isolamento / dall’emarginazione», p. 9) l’anatema di Lo Russo, e non può essere, quindi, accolto tiepidamente al centro di un dibattito letterario che sembra essere sempre più rassicurato e rassicurante, consolato e consolante, nel suo operare. Per tutta risposta, l’anatema parte dal polo opposto del “non fare” e dal “non potere” – espressione, quest’ultima, che ricorre più volte nel libro, diventandone una sorta di emblema e ricordando, mutatis mutandis, lo stesso titolo scelto da Davide Nota per la sua auto-antologia 2002-2013 – e si pone innanzitutto l’obiettivo, senza alcuna volontà prettamente offensiva, di cambiare di segno alla poesia, riconsegnandola ad una forma che le sia peculiare: «non faccio // non officio / non offendo / non sottolineo» (p. 8). Ancora più significativa, in questo senso, è una parte della storia culturale dell’anatema, così com’è recuperata a p. 81: «(Nelle formule di giuramento designa la maledizione che si rivolge a sé stessi nel caso si fosse spergiuri)».
In primo luogo, dunque, si tratta di un monito per sé, e soltanto in seconda battuta invettiva contro gli altri e le altre che spergiurano, come ad esempio la poeta della sezione omonima, “Poeta, s.m.f.”: «Ave, poeta, piena di gioia / avvocata nostra di impegno civile e umana empatia / ammantata di vacua eloquenza e umana semplicità» (p. 88), etc. Di conseguenza, la ricerca di un’autenticità e coerenza del dire si esplica su un piano che è più formale che morale, grazie a una scrittura spesso asciugata in una direzione più classicheggiante che non performativa, eppure compiutamente funzionale al melologo: qui, la poesia di Lo Russo procede spesso per versicoli per poi protrarsi, o esplodere, in versi più lunghi (comunque altrettanto misurati, sul piano metrico-ritmico), creando dodici sezioni che sono altrettanti momenti dell’Anatema del titolo, oltre a quello già citato.
Ancora nella decima sezione (“Affàcciati qui”), infatti, si danno altre definizioni e descrizioni dell’anatema: «A. / per i greci: offerta votiva al dio / A. / per i cristiani: maledizione, eresia contro dio / scomunica contro gli eretici». Non si tratta, dunque, di una semplice polisemia, ma della scoperta, ogni volta nuova (e intimamente affine alla poiesis, al suo stravolgimento del linguaggio ordinario), che, in fondo, «ogni cosa è due cose» (p. 95) e ancora che «ogni cosa si rovescia nel suo contrario» (p. 96), come evidenzia la successiva contrapposizione tra l’anatema come ex voto e l’anatema come bottino di guerra, da distruggere e sacrificare, nel Vecchio Testamento.
Del resto, si potrebbe dire: l’anatema non è tema, e non se ne possono quindi squadernare semplicemente le varie possibilità semantiche per giungere a una qualche costruzione allegorica di fondo, intrinsecamente consolante. La scrittura per la voce di Lo Russo rifugge dalle costrizioni e dai paletti di una sola costruzione discorsiva, rincorrendo, invece, «parvenze acusmatiche» e, di più, fantasmatiche, come si legge nella quarta di copertina firmata da Vito Bonito. In questo modo, i versi ridiventano versi già dal rigo successivo al già citato «ogni cosa è due cose»: «raglio ma non sbaglio!» (p. 95) è l’intromissione non solo della dimensione animale, ma anche dell’asino che la tradizione del disciplinamento scolastico, vetero-umanistico e logocentrico, contrappone erroneamente al maestro, o alla maestra…

