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Mentre si appresta ad uscire una nuova edizione (riveduta e corretta) di “Poesie d’amore” con le traduzioni delle liriche di Anne Sexton, pubblico questo articolo sulla traduzione e la messa in voce della poesia ‘di genere’. 

Mi dedico ormai da molti anni alla traduzione e diffusione della poesia femminile internazionale, sia come poetessa-traduttrice che come lettrice, con l’appassionata convinzione che la ‘poesia di genere’ racchiuda, in un guscio di disarmante dolcezza e di erotismo ferino e leggero, una potenza eversiva e sovversiva capace di ribaltare i canoni della poesia occidentale, annientando con l’amore e l’ironia quanto di stantio, lamentoso e pesante la parola letteratura, specialmente quando si tratta di poesia, evoca ormai all’orecchio dell’ascoltatore. Che normalmente diserta le letture di poesia, paludate ed auliche, troppo scolastiche per trasferirsi sul palcoscenico.

Come può essere spettacolarizzata la poesia senza noia ma anche, e soprattutto, facendo apprezzare le sue peculiarità specifiche, testuali? Come mettere in scena la poesia delle donne, la cui carica emotiva vuole essere detta ad alta voce? La lettura-performance di poesia inscena uno dei possibili elaborati finali di un processo di scrittura che intende la creazione o ri-creazione del testo poetico come un fatto (poièin) vocale, risultato di un procedimento artigianale di attraversamento del testo, considerato l’unico ‘oggetto’ passibile di ‘interpretazione’. Il teatro vocale del testo poetico, è determinato dalle sue strutture formali. La misura del verso, le pause strofiche, l’impostazione tipografica, costituiscono il rigido spartito cui il lettore-poeta-esecutore deve attenersi per non distorcere le valenze polisemiche del ‘contenuto’. La lettrice di poesia è un tramite delle vibrazioni dei possibili sensi del testo-spartito che l’attraversa. La voce del testo è al tempo stesso il suo passato, la sua origine, e il suo futuro, la sua destinazione alla fruizione del pubblico: dalla voce, in quanto ritmo, prosodia, il testo poetico nasce, e ad essa vuole ritornare. La traduzione orale rappresenterebbe quindi un tentativo utopico di risarcimento degli inevitabili screzi del tradimento della traduzione scritta. La voce che ha partorito il testo, la voce prima della parola, che di per sé è al di là, al di sopra, al di sotto, comunque oltre le lingue, fagocitando il testo gli restituisce assolutezza e universalità. Tali ‘oggetti testuali’, le parole, restituite all’essenzialità della forma-contenuto dal processo metabolico dell’elaborazione linguistico-testuale, possono allora iniziare a dialogare. Ovvero a tradursi in altri linguaggi, come quello della musica, trasponendosi, trasferendosi in altre forme del contenuto. Il testo poetico, restituito alla vocazione che l’ha prodotto invita le altre espressioni artistiche, a reagire, nella performance, ai suoi sensi. Musicare la scrittura in versi significa anche mimesi, espansione e reduplicazione della memoria sonora che ha generato la poesia, appunto, nella sua universalità translinguistica.

 

Rosaria Lo Russo

“Voci di donna”, appunti sulla traduzione della poesia di genere

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