Elio-Pagliarani-dedica-a-Rosaria-Lo-RussoElio e me

Scatto con il cellulare una foto della dedica che compare sul mio volume di Tutte le poesie di Elio Pagliarani.
La scatto per pubblicarla, per mostrarla con orgoglio, ma con mano un po’ tremante. Ho da vincere una forte riluttanza nel farlo.
Sono poco propensa a gareggiare, a competere e a mostrare trofei. Preferisco mostrare la mia parte curiosa e fragile, o le cose che non hanno veramente a che fare con un profilo professionale, a parte quando sto facendo una performance; è la modalità masochista di un carrierismo kamikaze, che chi mi conosce (veramente) non evita, ma spesso compatisce, una timidezza esibizionista che apre il cappotto per richiuderlo subito.

Però questa dedica è stata per me un incoraggiamento decisivo ad andare avanti con la poesia, e già allora, certo, un premio, ma soprattutto un incoraggiamento e dunque una forza segreta, che oggi condivido nella chiara percezione che la vincita (Elio amava molto il gioco, era un pokerista e scommetto che giocava in maniera molto sorniona, perciò vincita, ecco, non vittoria, parola assurda in questi casi) del Premio a lui intitolato, conferita ad un mio libro-performance, sia la chiusura di un cerchio, un suggello, un ritornello apotropaico, certamente un abbraccio, spero non l’ultimo, fra Elio e me.

La storia comincia con me sedicenne liceale classica, secchionissima e ovviamente negata per la matematica, che vengo convocata dal prof. di Italiano, durante l’ora di matematica.
La prof. di matematica mi fa uscire di classe con una delle sue care smorfie; dietro la porta c’è il mio adoratissimo prof. Domenico Greco con il fascicolo delle mie poesie battute a macchina arrotolato in mano. Per consegnargliele avevo dovuto vincere una grandissima riluttanza, ma ero stata spinta da Necessità, da ineluttabilità – essere o non essere. Il prof mi porta in un’aula vuota e inizia a sfogliare il fascicolo delle poesie – non posso dimenticare la voce e il sorriso dolce al contempo severissimo del prof. Greco, un luminare appartato e mite, uno che leggeva il greco senza il dizionario, un uomo d’altri tempi – e insomma, per farla più breve di quanto vorrei, mi dice che le prove migliori sono quelle epico-realistiche, piuttosto che liriche, e mi suggerisce di leggere La ragazza Carla di Elio Pagliarani.

Non sapevo chi fosse costui ma eseguo subito il compito. Indescrivibile l’emozione, il colpo potente di reni, la forza di Persuasione, che la lettura del poema di Elio ebbero (e ancora hanno) su di me.

Credo che il prof Greco abbia indirizzato il corso della mia vita e lo abbia fatto in un modo che suscita da parte mia per lui enorme gratitudine insieme a enorme affetto.
Passano anni bui ma creativi prima di ritrovarmi nel 1997 a RicercaRE, una manifestazione meravigliosa, in cui aspiranti poeti, preselezionati da maestri del calibro di Balestrini, Pagliarani, Barilli, l’amico compianto Tommaso Labranca, e molti altri, leggono davanti a cotanta giuria.

Sono presenti, in cerca di nomi, editori come Bompiani, Einaudi, La Tartaruga e molti altri. Vedo, mentre mi avvio al leggio patibolare, questo corpo gigantesco ed elegantissimo, con il famosissimo papillon e l’ancor più famosa pipa ad acqua, seduto fra il pubblico (e da poco ho saputo che accanto c’era anche sua moglie Cetta Petrollo), e mi prende un colpo. Ma sono felice: ho visto Pagliarani, un’apparizione! Leggo, tutta sfrenata e apneica per l’emozione, ma evidentemente emanando una forza di Necessità e Persuasione, e mentre torno al mio posto, l’omone mi ferma per un braccio e mi dice, con quel vocione indimenticabile: “Poi quando fai il libro dimmelo che ti faccio la prefazione“. Vado diritta in Paradiso.

1998: esce Comèdia, per Bompiani, collana diretta da Nanni Balestrini e Aldo Nove, con prefazione di Elio Pagliarani (prefazione profetica, ma non posso dilungarmi oltre, devo correre al finale). Seguono incontri romani e riminesi, meravigliosi, in cui ogni volta che ci vediamo sento la paternità di Elio, dolce e severa come quella del prof. Greco. Il suo affetto autentico. Della sua generazione, Elio è stato l’unico poeta a cantare la donna per come vive e non come un mito e a trattare le donne con cui aveva a che fare con galanteria e ironia sensuale ma anche con rispetto assoluto e fiducia intellettuale.

Inizia con l’amicizia fra me e Elio l’amicizia e l’affetto fra Cetta, sua moglie e molto più, sua consigliera e supervisionatrice, a sua volta scrittrice e poetessa, sua interlocutrice privilegiata ma anche molto di più molto per sé, in un rispetto rarissimo allora fra un uomo molto più adulto e sua moglie giovanissima. Ammirabile. Elio e Cetta, la loro coppia, esilarante nelle dinamiche alternate di seduzione e scaramuccia, sempre quindicenni insieme eppure instancabili nel lavoro – per loro un gioco serissimo – letterario e culturale.

Oggi Cetta e io ancora collaboriamo per fare poesia, per divulgare l’arte di Elio e la nostra. Ho avuto la gioia di conoscere e iniziare una amicizia anche con Lia, la loro figlia (dedicataria dell’indimenticabile Promemoria a Liarosa) ma anche una donna, come si dice, realizzata professionalmente e niente affatto all’ombra dei genitori, una studiosa di grande livello ma sempre col sorriso sulle labbra, come sua madre e suo padre.

Tra i messaggi e le attestazioni di stima e affetto che mi stanno arrivando in questi momenti ne voglio riportare uno a me particolarmente caro, della poeta Nadia Agustoni, autrice che stimo grandemente: “Sono felicissima per te e non per finzione, lo meriti e sei tu l’erede di Pagliarani,  con la tua inconfondibile voce. Non sei un suo epigono, sei un’innovatrice vera come lo era lui. E lo penso da tanto.”

Per me la poesia, la letteratura, la cultura deve essere anche e soprattutto un luogo di pace, serenità, gioia, serissima allegria sfrenata: con la famiglia Pagliarani questo si respirava e si respira, fuori da accademismi, correnti (che fanno venire la laringite) e conventicole tristi e triste.

Questo respiro, questa voce, questi corpi enormi eppure siderali, enormi per generosità di espansione, sono per me le forze buone dell’arte, la gioia della performance, la meta in movimento a cui aspiravo e aspiro, la vera vittoria: arte come generosità di espansione.

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Elio era un bellissimo signore molto lussuoso, per gioco! Era brontolone, per gioco! Non si capiva mai se scherzava o faceva sul serio, per non prendersi mai sul serio, prima regola di autenticità e saggezza in arte.

Io ho visto, toccato, respirato questa grandezza della sua anima, che è fiato oltre che spirito, sangue e carne oltre che pensiero – seppure forte forte l’ideologia (questa cosa oggi negletta) in Elio e spero in me – e faccio di tutto per espanderla da me agli altri e dagli altri in poi. Nescit vox missa reverti.

Viva Elio e viva Rosi che vince il premio Pagliarani!

 

Viva Elio, viva Rosi che vince il premio Pagliarani 2017!