Reading-Poetry-Slam-Balestrini

Sono profondamente contenta che l’attività poetica praticata nel poetry slam sia diventata diffusa e amata dal pubblico. Ritengo infatti che non si possa e non si debba parlare, deprecandola, di “spettacolarizzazione” della poesia quando la poesia riceve il suo completamento tridimensionale nella messa in voce, essendo l’arte del poièin distinguibile dall’arte della prosa esclusivamente per la presenza e prevalenza in essa di princìpi regolari di ripetizione, ridondanze e ritmicità che appartengono alla funzione fàtica del linguaggio, ovvero all’offerta della parola ad un ascoltatore.

Eufonica o cacofonica la composizione letteraria o teatrale fondata sul ritmo (talvolta si tratta di prosa e dunque di prosa poetica) è parente piuttosto della musica che delle cronache storiche o giornalistiche. Se questo linguaggio metrico è improvvisato o scritto non per essere letto in silenzio (lettura endofasica) e non per essere stampato ma per essere declamato a memoria di fronte ad un pubblico la poesia sarà del genere detto con anglicismo spoken word e sarà ascrivibile alle arti performative.

Non è necessario – e spesso infatti non si registra all’ascolto – che un testo orale in spoken word sia dotato di per sé di regole prosodiche, spesso è il performer che decide la postura vocale indipendentemente dal testo, spesso un canovaccio per la performance. In tal senso i detrattori, senza conoscere né il teatro né la poesia, hanno parlato disprezzando la spoken word di cabarettizzazione. Tuttavia è innegabile che molta spoken word di impronta comica sia più vicina alla scrittura cabarettistica (e ben venga!) piuttosto che alla poesia scritta. Ed è anche innegabile che le si adatti un bordone musicale che detti il ritmo della lettura, della declamazione, della recitazione (a seconda di quale modalità scelga il performer). La gestualità e la possibilità motoria del performer di spoken word completa la vocazione orale e teatrale di questo tipo di performance.

La poesia scritta non è, tuttavia, per ciò stesso, “lineare”, come vogliono sia snobisticamente gli autori sia i detrattori della poesia scritta, immagino riferendo il termine lineare ad una presunta assenza di prosodia e metrica in esso testo, prosodia e metrica essendo sempre e comunque le radici orali- foniche dell’arte del poièin.

La poesia scritta ha sempre e comunque una dimensione grafica ed una dimensione fonica, e il risultato estetico di tali componimenti dipende principalmente dalla forza di attrazione, dalla forza di compenetrazione di queste due dimensioni. Di solito quindi un testo poetico viene composto come scrittura ad alta voce, ovvero la lettura endofasica è cosciente di sé già a livello grafico. Dunque la lettura esofasica, o lettura ad alta voce, detta con anglicismo reading – cosa assolutamente diversa dalla spoken word, come immagino adesso possa essere chiaro – è una modalità cognitiva e creativa di messa in voce del testo così come l’autore l’ha concepito graficamente, ovvero secondo la sua lettura interiore (endofasica).

La lettura, il reading, sarà la messa in voce, esofasica, del testo scritto. L’arte del reading ha potenzialità infinite dal punto di vista della spettacolarità, perchè può reificare vocalmente (al leggio e con microfono) molti generi poetici, dal pianissimo di Sbarbaro all’urlo di Ginsberg. Il rapporto con la musica non prevede, in questo genere di performance, la presenza di un bordone ritmico (la musica di sottofondo) ma un rapporto dialogico, al fine di creare una performance melologica.

Io pratico l’arte del reading e ritengo che sia un grande mezzo di conoscenza, diffusione ed innovazione dell’arte poetica. Pratico il reading indifferentemente dei miei testi e dei testi altrui e insegno l’arte del reading. Non credo nella suddivisione fra poesia lineare e poesia performativa, una suddivisione faziosa e sterile e foriera di rischi anche seri, per esempio quello di considerare lo slam poetry come il luogo di elezione della sperimentazione poetica contro il mortorio della poesia seria su carta.

La poesia o c’è o non c’è, mi vien da dire, capita che ci sia in uno spoken word come in una poesia scritta e messa sul piatto bianco dell’Einaudi con la stessa probabilità; e francamente non saprei se più spesso accada che un vero dispositivo poetico innovativo si realizzi su un libro o durante una performance.

La mia lunga esperienza in entrambi i settori mi dice che l’importante è che il fenomeno non dilaghi, non sia cioè una moda, non diventi una fazione. Non si crea e non si impara nulla nella cecità delle faziosità e delle conventicole.

Dunque lunga e serena convivenza a tutti i generi di poesia, arte orale o arte fonica o solo scritta che sia, e attenti alle cattive imitazioni che sono da sempre l’aspetto necrotico di ogni arte.
La tecnologia elettronica offre grandi opportunità alla poesia di tornare ad essere in pieno un’arte musicale, come fu nel suo glorioso passato, piuttosto che carta straccia (il grande male moderno e contemporaneo della poesia). Dunque il poeta che aspiri ad essere lettore di poesia o performer di spoken word, che sono due generi sia testuali che performativi ben distinti, non si improvvisi ma impari a distinguere i generi, a studiarli, a usare il microfono (cosa niente affatto immediata); alcuni già lo fanno, alcuni sono già pronti e consapevoli, ma quando si muovono masse è bene farlo diffondendo anche strumenti di consapevolezza artistica, unico antidoto contro il rischio davvero maggiore che vedo nella diffusione a macchia d’olio del genere slam poetry, che diventi il famoso quarto d’ora di notorietà che poi si ha bisogno di replicare a tutti i costi, il male della società dello spettacolo, un semplice e triste esibizionismo narcisistico aperto a tutti (dilaga anche la moda dell’open mic) che renda infine noiosa la cosa più bella che ci sia.

Rosaria Lo Russo

Riflessioni sui Poetry Slam e sulla dimensione vocale della poesia

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