Nell’introduzione a Vrusciamundo, Francesco Stella ha indicato con esattezza nella vocalità, e quindi nella «corporalità», il «principio costitutivo» dell’opera: «Ne nasce una poesia recitativa, uno stile che presuppone la scena (cioè un corpo in uno spazio) e anela a crearla moltiplicando le rifrazioni della parola, producendo con l’alternanza dosata dei toni una prospettiva acustica, una profondità mentale. Teatro della poesia come sdoppiamento del soggetto, attore-ascoltatore della sua voce».

Ci troviamo quindi di fronte a una parola tesa alla performance, a una scrittura che vuole essere gesto e che si qualifica per la forza espressionistica con cui centrifuga molteplici registri e temi: l’infanzia, con il suo repertorio di personaggi e di ritmi da filastrocca, che trasfigurano tanto la reale biografia dell’autrice quanto l’immaginario fumettistico e fiabesco (con la galleria di vari personaggi: il Signor Coniglio della favola d’Alice, Pinocchio e la Fata Turchina, Topo Gigio, Barbablù), piegato però più verso l’incubo che l’idillio («“làmia lèmure fatina / condensa di piccola tremenda ferocia, / nòcciolo di tutti i colori / va’ via dalla poltrona, / non mi fissare / con quell’occhio / da cartone animato, / va’ via / strega di Biancaneve!”»); la diffusa sensualità («Dal basso all’alto / toccami!») protratta fino all’erotismo esplicito («Ché son di lei stessa / che vorrebbe saziarsi di me stessa / se ne trovasse il modo ermafrodito») che si riannettono forse a una linea volutamente femminile della ricerca letteraria («il suo lessico carnale» osserva sempre Stella, «si oggettiva in mitologie personali del corpo femminile, trasfigurazioni dei riti di passaggio – adolescenza matrimonio filiazione»); i riferimenti al prontuario televisivo-cronachistico («Quando morì Stefano Casiraghi / in un banale incidente di off shore»; «non potesti vedere la trecentosettantesima / puntata di Beautiful / […] / Ridge son le catene montuose / Thorne è la spina d’un fiore / Brook un gaio ruscelletto») e commerciale della società dei consumi («rice Krispies croccante»); il tema del sacro, che abbraccia soprattutto le figure del Cristo e della Vergine, tra rivisitazioni dettate dall’iconografia reale, e specificamente fiorentina, o sulla scia della rivisitazione dei mistici («Il Mascolino Arcangelo / del Dio degli Eserciti / mi spalancò la porta»); l’intreccio di citazioni che spazia dai poeti ai mistici, da topoi stereotipati («E v’andavate così / salutando i vicini, / a miracol mostrare») a luoghi precisi di un percorso di rilettura personale (Gaiezza Mala si apre per esempio con una frase di Giordano Bruno «L’autore, se voi lo conosceste / direste c’have una fisionomia smarrita…») e che definiscono un repertorio più o meno occulto di cui ci si appropria bellamente spesso senza renderne ragione attraverso le note; l’esibita poetica del cibo e dell’alimentazione («Oh cuor di noce / cuor di nocino, / oh dolceamaro!»); le forzature onomatopeiche («brr brr», «e pss pss») già incastonate in un tessuto espressivo tendente al pluringuismo («Don’t ravish me / no more no more / piccinedda»), più per le caricature toscane e calabresi (o più genericamente meridionali) che per le inserzioni da altre lingue, pur presenti (l’inglese, il francese, ma soprattutto il latino ecclesiastico); e si tace, in tutto questo, del procedere, entro una fluenza versuale sciolta, adagiata per lo più in misure brevi, dei continui contrappunti fonici, paronomastici o allitterativi, che mantengono alta la temperatura di questa «lingua estrema», «tirata alla radice», come afferma la stessa poetessa (o “poetrice”, come forse preferirebbe essere chiamata), anche quando si sporca raccogliendo materiali tanto eterogenei, con una voracità mimetica che si vorrebbe comico-realistica pure quando si fa letteraria e manierata («ti extollo le peccata»).

Il saggio completo lo trovate al link Poeti contemporanei: Rosaria Lo Russo

 

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Poeti contemporanei: Rosaria Lo Russo